L'esilio è spesso una punizione, sia esso una condanna o una costrizione autoinflitta. Tuttavia, talvolta, l'esperienza dell'allontanamento dalla propria patria può trasformarsi in una nuova occasione di vita, in un'opportunità di ripartire, di ricominciare. In un'epoca di importanti stravolgimenti per l'Europa moderna come il XVIII secolo una famiglia di nobili veneziani decaduti legò i suoi destini a quelli di un nuovo regno, governato da un sovrano ambizioso, desideroso di equiparare questa nuova entità territoriale alle grandi potenze dell'epoca. Il Regno in questione è il Regno di Napoli. Il sovrano Carlo di Borbone. Il primo protagonista di questa storia è il conte Stati Gicca, suddito veneziano, originario di Drimades, nella regione albanese di Cimarra, ex tenente della Repubblica di Venezia, poi degradato a bandito e cacciato fuori dai confini della Serenissima . Attraverso quest'ultimo, viene intrapresa un'operazione di reclutamento nei territori di Albania e Macedonia, le cui popolazioni sono ritenute bellicose e adatte al combattimento, seppur poco disciplinate per poter far parte di reggimenti regolari. Gicca, però, non si limita ai territori ottomani, ma sconfina in quelli veneziani, guadagnandosi una condanna a morte che lo costringerà ancora di più all'esilio. Sulla sua testa il governo veneziano pone una taglia di cento zecchini e a causa sua viene catturata una nave di reclute da parte di corsari dulcignoti nella convinzione che si trovasse a bordo della stessa . Stati Gicca, nonostante l'opposizione ufficiale del residente veneziano a Napoli , conduce a Capua, dopo essere sbarcato a Bari, il corpo di volontari reclutato. Qui viene istituito il Battaglione Real Macedonia (poi denominato ufficialmente Reggimento Real Macedonia), il cui comando viene assegnato allo stesso Gicca , posizione in cui resterà, seppur con alterne fortune, fino alla sua morte. Dalla sua esperienza di esule nasce la nuova fortuna della famiglia, tutta inquadrata all'interno del reggimento. Il figlio, Attanasio Gicca, infatti, succederà al padre nel ruolo di tenente generale, ma l'altro vero "protagonista" di questa famiglia di esuli è colui che in qualche modo compie il viaggio di ritorno verso la madrepatria Albania, quando ormai la Serenissima è diventata un discorso di un passato cancellato da Campoformio: Michele Gicca, maggiore del Reggimento Real Macedonia. Questi si ritrova a vivere da protagonista la rivoluzione napoletana del 1799: inviato a parlamentare con i rivoltosi, decide di disertare e unirsi ai rivoluzionari, prendendovi parte come maggiore del nuovo corpo militare che l'esperienza repubblicana mette in atto. Condannato a morte con la repressione borbonica, viene graziato grazie all'intercessione dei suoi compatrioti del Reggimento Real Macedonia e nel 1801, dopo la pace di Firenze, scarcerato. Da qui, dalla fine del Gicca borbonico e il principio del Gicca rivoluzionario inizierà il ritorno nella madrepatria. Il 17 Ottobre 1806, infatti, il conte Michele Gicca viene nominato dal nuovo sovrano Giuseppe Bonaparte console presso la Repubblica delle Sette Isole Unite. Un lavoro da spia, senza alcuna patente ufficiale, che è di grande importanza per il Regno di Napoli data la presenza di un numero allora sconosciuto di truppe russe di stanza a Corfù, minaccia immediata per il corpo di occupazione francese presente sul territorio del regno, insieme ovviamente alle truppe inglesi presenti in Sicilia. La scelta ricade dunque sul conte Gicca, albanese di nascita, ricco possidente in patria e cittadino proprio di Corfù, iscritto per diritto di nascita al Libro d'oro della nobiltà corfiotta e quindi, secondo la costituzione del 1803, al Sincilio della Repubblica Settinsulare per l'Isola di Corfù . L'espulsione e l'esilio è forse però nel destino dei Gicca in quanto il conte non riesce neppure a mettere piede sul suolo di Corfù: l'Alta Polizia dell'isola, infatti, gli intima di prendere il primo corriere per Otranto e di tornarvi con tutta la sua famiglia, nonostante egli sostenga di essere sull'isola solo per affari personali e protesti contro un invito a salpare al quale non si adduce alcun motivo. Sarà solo con la cessione alla Francia delle Isole Ionie dopo la pace di Tilsit che il console riuscirà a sbarcare nuovamente sull'isola, restando in carica fino alla fine del decennio francese. Nell'anno di esilio forzato, dal momento della sua nomina sino al suo effettivo insediamento, sarà proprio dalla madrepatria Albania, dalla sua residenza di Drimades, che il console Gicca riuscirà ad informare il Regno di Napoli degli spostamenti dei russi e di tutto ciò che accade in quelle zone. La proposta di articolo vuole tentare di ricostruire le vicende di quella che, come da titolo, si definisce una famiglia di esuli, partendo dall'esilio dalla Repubblica di Venezia e la costruzione di una nuova vita nel Regno di Napoli del conte Strati Gicca, e chiudendo il cerchio declinando il ritorno in patria, seppur in veste di agente dello "Stato di adozione" dell'erede del conte, il console Michele Gicca.

Una famiglia di esuli: i Gicca nel regno di Napoli

Antonio D'Onofrio
2018-01-01

Abstract

L'esilio è spesso una punizione, sia esso una condanna o una costrizione autoinflitta. Tuttavia, talvolta, l'esperienza dell'allontanamento dalla propria patria può trasformarsi in una nuova occasione di vita, in un'opportunità di ripartire, di ricominciare. In un'epoca di importanti stravolgimenti per l'Europa moderna come il XVIII secolo una famiglia di nobili veneziani decaduti legò i suoi destini a quelli di un nuovo regno, governato da un sovrano ambizioso, desideroso di equiparare questa nuova entità territoriale alle grandi potenze dell'epoca. Il Regno in questione è il Regno di Napoli. Il sovrano Carlo di Borbone. Il primo protagonista di questa storia è il conte Stati Gicca, suddito veneziano, originario di Drimades, nella regione albanese di Cimarra, ex tenente della Repubblica di Venezia, poi degradato a bandito e cacciato fuori dai confini della Serenissima . Attraverso quest'ultimo, viene intrapresa un'operazione di reclutamento nei territori di Albania e Macedonia, le cui popolazioni sono ritenute bellicose e adatte al combattimento, seppur poco disciplinate per poter far parte di reggimenti regolari. Gicca, però, non si limita ai territori ottomani, ma sconfina in quelli veneziani, guadagnandosi una condanna a morte che lo costringerà ancora di più all'esilio. Sulla sua testa il governo veneziano pone una taglia di cento zecchini e a causa sua viene catturata una nave di reclute da parte di corsari dulcignoti nella convinzione che si trovasse a bordo della stessa . Stati Gicca, nonostante l'opposizione ufficiale del residente veneziano a Napoli , conduce a Capua, dopo essere sbarcato a Bari, il corpo di volontari reclutato. Qui viene istituito il Battaglione Real Macedonia (poi denominato ufficialmente Reggimento Real Macedonia), il cui comando viene assegnato allo stesso Gicca , posizione in cui resterà, seppur con alterne fortune, fino alla sua morte. Dalla sua esperienza di esule nasce la nuova fortuna della famiglia, tutta inquadrata all'interno del reggimento. Il figlio, Attanasio Gicca, infatti, succederà al padre nel ruolo di tenente generale, ma l'altro vero "protagonista" di questa famiglia di esuli è colui che in qualche modo compie il viaggio di ritorno verso la madrepatria Albania, quando ormai la Serenissima è diventata un discorso di un passato cancellato da Campoformio: Michele Gicca, maggiore del Reggimento Real Macedonia. Questi si ritrova a vivere da protagonista la rivoluzione napoletana del 1799: inviato a parlamentare con i rivoltosi, decide di disertare e unirsi ai rivoluzionari, prendendovi parte come maggiore del nuovo corpo militare che l'esperienza repubblicana mette in atto. Condannato a morte con la repressione borbonica, viene graziato grazie all'intercessione dei suoi compatrioti del Reggimento Real Macedonia e nel 1801, dopo la pace di Firenze, scarcerato. Da qui, dalla fine del Gicca borbonico e il principio del Gicca rivoluzionario inizierà il ritorno nella madrepatria. Il 17 Ottobre 1806, infatti, il conte Michele Gicca viene nominato dal nuovo sovrano Giuseppe Bonaparte console presso la Repubblica delle Sette Isole Unite. Un lavoro da spia, senza alcuna patente ufficiale, che è di grande importanza per il Regno di Napoli data la presenza di un numero allora sconosciuto di truppe russe di stanza a Corfù, minaccia immediata per il corpo di occupazione francese presente sul territorio del regno, insieme ovviamente alle truppe inglesi presenti in Sicilia. La scelta ricade dunque sul conte Gicca, albanese di nascita, ricco possidente in patria e cittadino proprio di Corfù, iscritto per diritto di nascita al Libro d'oro della nobiltà corfiotta e quindi, secondo la costituzione del 1803, al Sincilio della Repubblica Settinsulare per l'Isola di Corfù . L'espulsione e l'esilio è forse però nel destino dei Gicca in quanto il conte non riesce neppure a mettere piede sul suolo di Corfù: l'Alta Polizia dell'isola, infatti, gli intima di prendere il primo corriere per Otranto e di tornarvi con tutta la sua famiglia, nonostante egli sostenga di essere sull'isola solo per affari personali e protesti contro un invito a salpare al quale non si adduce alcun motivo. Sarà solo con la cessione alla Francia delle Isole Ionie dopo la pace di Tilsit che il console riuscirà a sbarcare nuovamente sull'isola, restando in carica fino alla fine del decennio francese. Nell'anno di esilio forzato, dal momento della sua nomina sino al suo effettivo insediamento, sarà proprio dalla madrepatria Albania, dalla sua residenza di Drimades, che il console Gicca riuscirà ad informare il Regno di Napoli degli spostamenti dei russi e di tutto ciò che accade in quelle zone. La proposta di articolo vuole tentare di ricostruire le vicende di quella che, come da titolo, si definisce una famiglia di esuli, partendo dall'esilio dalla Repubblica di Venezia e la costruzione di una nuova vita nel Regno di Napoli del conte Strati Gicca, e chiudendo il cerchio declinando il ritorno in patria, seppur in veste di agente dello "Stato di adozione" dell'erede del conte, il console Michele Gicca.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11574/179336
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