I terremoti che hanno coinvolto l’Appennino campano nel 1962 e nel 1980, seppur nelle loro differenze, oltre a provocare innumerevoli vittime e ingenti danni economici (Guidoboni e Valensise, 2012), hanno causato l’abbandono di borghi e frazioni, rendendo la geografia della regione costellata di vestigia (Arminio, 2003 e 2013) di quelli che si potrebbero chiamare “non-più-luoghi”. In effetti, se da una parte tali sismi hanno concorso a provocare quelle che generalmente vengono definite “catastrofi sociali” (Acot, 2007), d’altra parte sono state proprio le delocalizzazioni post-sismiche ad aver contribuito a generare una sorta di alienazione emotiva tra gli ex-residenti (Calandra, 2013), dovuta al senso di perdita della Gemeinschaft originaria, nonché a un senso di spaesamento e nostalgia, anche riconducibile alla perdita di riferimenti territoriali (Guérin-Pace e Filippova, 2008). Qual è allora, oggi, il presente e il futuro di questi borghi che sembrerebbero persi in un ricordo lontano, reificato solo nella memoria di coloro che li abitavano? Quali sono le misure o le politiche che potrebbero contribuire a ridare a una “località” il suo “senso di luogo” (Massey, 1991; Teti, 2004)? Come ricorda Coletta, «il paesaggio dei centri abbandonati rivendica interessi scientifici, storici, ambientali ed educativi che gli conferiscono ragioni di tutela, conservazione e valorizzazione, qualificandolo come patrimonio dell’umanità, risorsa sociale e culturale da aprire anche all’economico, in uno sviluppo genuinamente sostenibile» (2008, p. 117). In questa sede, secondo quanto richiesto dalla sessione e come esempio virtuoso, verrà presentato il caso di Apice Vecchia, in provincia di Benevento, che è uno tra i tanti paesi evacuati e ricostruiti in seguito al sisma del 1962. Questo sembra essere un utile esempio per comprendere in che modo la rigenerazione del patrimonio edilizio, soprattutto se sia stato dismesso in seguito a un disastro naturale, possa servire a far rivivere una comunità attorno a delle esperienze di “riqualificazione condivisa” (Pirlone, 2014), fino a fare evolvere tale patrimonio (anche in ottemperanza alle direttive UNESCO, 1972 e alla Convenzione Europea sul Paesaggio, 2000) che potrebbe diventare un fruttuoso attrattore turistico. Dagli anni 2000, infatti, nel “paese fantasma”, si sono susseguiti numerosi progetti e performance volti al recupero del vecchio centro abitato (Cundari, 2001; Rabbiosi, 2016): dalle multisale, alle palestre, ai festival di cinema e di musica, alle visite guidate del Castello Normanno, al percorso sotterraneo nei cunicoli medioevali, che richiamano un numero crescente di visitatori (Proloco di Apice, 2016). In effetti, gli edifici di Apice sono ancora perfettamente intatti e non del tutto inagibili: sebbene chiusi, silenziosi e immobili sembrano respirare di nuovo anche grazie a quelle iniziative che cercano di dare una nuova vita a questo paese e, di riflesso, a questo territorio.

IL BORGO DI APICE VECCHIA: LIMITI E POTENZIALITÀ DEI PROGETTI CONTRO L’ABBANDONO

Eleonora GUADAGNO
2019-01-01

Abstract

I terremoti che hanno coinvolto l’Appennino campano nel 1962 e nel 1980, seppur nelle loro differenze, oltre a provocare innumerevoli vittime e ingenti danni economici (Guidoboni e Valensise, 2012), hanno causato l’abbandono di borghi e frazioni, rendendo la geografia della regione costellata di vestigia (Arminio, 2003 e 2013) di quelli che si potrebbero chiamare “non-più-luoghi”. In effetti, se da una parte tali sismi hanno concorso a provocare quelle che generalmente vengono definite “catastrofi sociali” (Acot, 2007), d’altra parte sono state proprio le delocalizzazioni post-sismiche ad aver contribuito a generare una sorta di alienazione emotiva tra gli ex-residenti (Calandra, 2013), dovuta al senso di perdita della Gemeinschaft originaria, nonché a un senso di spaesamento e nostalgia, anche riconducibile alla perdita di riferimenti territoriali (Guérin-Pace e Filippova, 2008). Qual è allora, oggi, il presente e il futuro di questi borghi che sembrerebbero persi in un ricordo lontano, reificato solo nella memoria di coloro che li abitavano? Quali sono le misure o le politiche che potrebbero contribuire a ridare a una “località” il suo “senso di luogo” (Massey, 1991; Teti, 2004)? Come ricorda Coletta, «il paesaggio dei centri abbandonati rivendica interessi scientifici, storici, ambientali ed educativi che gli conferiscono ragioni di tutela, conservazione e valorizzazione, qualificandolo come patrimonio dell’umanità, risorsa sociale e culturale da aprire anche all’economico, in uno sviluppo genuinamente sostenibile» (2008, p. 117). In questa sede, secondo quanto richiesto dalla sessione e come esempio virtuoso, verrà presentato il caso di Apice Vecchia, in provincia di Benevento, che è uno tra i tanti paesi evacuati e ricostruiti in seguito al sisma del 1962. Questo sembra essere un utile esempio per comprendere in che modo la rigenerazione del patrimonio edilizio, soprattutto se sia stato dismesso in seguito a un disastro naturale, possa servire a far rivivere una comunità attorno a delle esperienze di “riqualificazione condivisa” (Pirlone, 2014), fino a fare evolvere tale patrimonio (anche in ottemperanza alle direttive UNESCO, 1972 e alla Convenzione Europea sul Paesaggio, 2000) che potrebbe diventare un fruttuoso attrattore turistico. Dagli anni 2000, infatti, nel “paese fantasma”, si sono susseguiti numerosi progetti e performance volti al recupero del vecchio centro abitato (Cundari, 2001; Rabbiosi, 2016): dalle multisale, alle palestre, ai festival di cinema e di musica, alle visite guidate del Castello Normanno, al percorso sotterraneo nei cunicoli medioevali, che richiamano un numero crescente di visitatori (Proloco di Apice, 2016). In effetti, gli edifici di Apice sono ancora perfettamente intatti e non del tutto inagibili: sebbene chiusi, silenziosi e immobili sembrano respirare di nuovo anche grazie a quelle iniziative che cercano di dare una nuova vita a questo paese e, di riflesso, a questo territorio.
9788894264128
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11574/187381
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