L’ambiente culturale unico e sfaccettato dell’Italia sud-orientale nei secoli XII e XIII si riflette anche nell’inserimento di elementi “estranei” quali le pseudo-iscrizioni in arabo in contesti cristiani. L’area fu parzialmente occupata dai musulmani nel IX secolo; divenne poi parte dell’impero bizantino fino al 1071 con l’arrivo dei Normanni, la cui dominazione proseguì fino alla seconda metà del XIII secolo. Questo substrato includeva una composizione sociale variegata, con al proprio interno comunità greche di lingua e di rito ortodosso, una forte impronta artistica bizantina e l’accesso a manufatti di produzione islamica, grazie al commercio, agli scambi diplomatici e ai trofei portati dai Crociati, le cui rotte privilegiavano quel territorio. Considerata tale fervida multiculturalità non dovrebbe sorprendere la presenza di pseudo-iscrizioni arabe nelle cattedrali di Otranto e Trani, nella chiesa di Santa Maria di Anglona a Tursi, nelle chiese rupestri di San Giovanni in Monterrone a Matera e San Vito Vecchio a Gravina e nel mausoleo di Boemondo I a Canosa, solo per citarne alcune. Eppure, molte sono ancora le domande aperte. Perché impiegare un alfabeto straniero ‒ per di più appartenente al nemico islamico di quegli anni ‒ in contesti sacri? Ciò è avvenuto seguendo il modello e la mediazione di Bisanzio che, pur spesso nemica, rappresentava un inevitabile punto di riferimento? Sono ancora oggetto di discussione le ipotesi circa una funzione decorativa, narrativa o magica delle pseudo-iscrizioni, di eventuale definizione degli spazi o addirittura di allusione al trionfo cristiano sull’Islam. Un nuovo progetto si propone la creazione di un database comparativo, propedeutico allo sviluppo di una mappa interattiva, al fine di individuare i modelli (stoffe, metalli e manoscritti) e i canali di trasmissione che dalle altre sponde del Mediterraneo ispirarono l’uso della pseudo-iscrizione araba.

Le pseudo-iscrizioni in arabo nell’Italia sud-orientale del XII e XIII secolo: influenze e canali di trasmissione attraverso le sponde del Mediterraneo

2022

Abstract

L’ambiente culturale unico e sfaccettato dell’Italia sud-orientale nei secoli XII e XIII si riflette anche nell’inserimento di elementi “estranei” quali le pseudo-iscrizioni in arabo in contesti cristiani. L’area fu parzialmente occupata dai musulmani nel IX secolo; divenne poi parte dell’impero bizantino fino al 1071 con l’arrivo dei Normanni, la cui dominazione proseguì fino alla seconda metà del XIII secolo. Questo substrato includeva una composizione sociale variegata, con al proprio interno comunità greche di lingua e di rito ortodosso, una forte impronta artistica bizantina e l’accesso a manufatti di produzione islamica, grazie al commercio, agli scambi diplomatici e ai trofei portati dai Crociati, le cui rotte privilegiavano quel territorio. Considerata tale fervida multiculturalità non dovrebbe sorprendere la presenza di pseudo-iscrizioni arabe nelle cattedrali di Otranto e Trani, nella chiesa di Santa Maria di Anglona a Tursi, nelle chiese rupestri di San Giovanni in Monterrone a Matera e San Vito Vecchio a Gravina e nel mausoleo di Boemondo I a Canosa, solo per citarne alcune. Eppure, molte sono ancora le domande aperte. Perché impiegare un alfabeto straniero ‒ per di più appartenente al nemico islamico di quegli anni ‒ in contesti sacri? Ciò è avvenuto seguendo il modello e la mediazione di Bisanzio che, pur spesso nemica, rappresentava un inevitabile punto di riferimento? Sono ancora oggetto di discussione le ipotesi circa una funzione decorativa, narrativa o magica delle pseudo-iscrizioni, di eventuale definizione degli spazi o addirittura di allusione al trionfo cristiano sull’Islam. Un nuovo progetto si propone la creazione di un database comparativo, propedeutico allo sviluppo di una mappa interattiva, al fine di individuare i modelli (stoffe, metalli e manoscritti) e i canali di trasmissione che dalle altre sponde del Mediterraneo ispirarono l’uso della pseudo-iscrizione araba.
979-12-5968-592-6
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