Lo scopo di questo articolo è mettere in luce l’esistenza di una produzione poetica nelle prigioni dell’ÁVH e nei campi di lavoro forzato ungheresi, come Recsk e Kistarcsa. L’attenzione sarà rivolta non solo ai testi nati in prigionia ma anche alle testimonianze redatte immediatamente dopo la liberazione e allo scambio epistolare tra Sándor Márai e Áron Tamási, un importante esempio delle tensioni, nonché del dialogo tra gli intellettuali rimasti in patria e quelli in esilio. Le prigioni e i campi, famigerati per la loro condizioni disumane e per le violenze perpetrate, paradossalmente furono anche luoghi di creazione letteraria: nelle celle o nelle baracche, la parola memorizzata perdurava come unico mezzo di libertà. In assenza di strumenti materiali, molti autori furono costretti a creare e conservare i propri versi nella mente, affidandoli talvolta alla memoria collettiva dei compagni di prigionia. Emblematico è il caso di György Faludy (1910-2006), che trasformò la composizione mentale in atto di resistenza spirituale, opponendo alla brutalità del regime la forza salvifica della poesia. Lo studio intende dunque mettere in luce il valore della scrittura – mentale o trascritta, individuale o condivisa – come risposta etica e culturale al totalitarismo, restituendo voce a un capitolo essenziale ma ancora poco indagato della letteratura ungherese del Novecento.

Voci ungheresi della repressione sovietica: testimonianze e letteratura dall’esilio e dalla prigionia (1950-1953)

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Abstract

Lo scopo di questo articolo è mettere in luce l’esistenza di una produzione poetica nelle prigioni dell’ÁVH e nei campi di lavoro forzato ungheresi, come Recsk e Kistarcsa. L’attenzione sarà rivolta non solo ai testi nati in prigionia ma anche alle testimonianze redatte immediatamente dopo la liberazione e allo scambio epistolare tra Sándor Márai e Áron Tamási, un importante esempio delle tensioni, nonché del dialogo tra gli intellettuali rimasti in patria e quelli in esilio. Le prigioni e i campi, famigerati per la loro condizioni disumane e per le violenze perpetrate, paradossalmente furono anche luoghi di creazione letteraria: nelle celle o nelle baracche, la parola memorizzata perdurava come unico mezzo di libertà. In assenza di strumenti materiali, molti autori furono costretti a creare e conservare i propri versi nella mente, affidandoli talvolta alla memoria collettiva dei compagni di prigionia. Emblematico è il caso di György Faludy (1910-2006), che trasformò la composizione mentale in atto di resistenza spirituale, opponendo alla brutalità del regime la forza salvifica della poesia. Lo studio intende dunque mettere in luce il valore della scrittura – mentale o trascritta, individuale o condivisa – come risposta etica e culturale al totalitarismo, restituendo voce a un capitolo essenziale ma ancora poco indagato della letteratura ungherese del Novecento.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11574/255404
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