È emblematico che La scienza e la vita, prolusione letta nell’Università di Napoli ad apertura dell’anno accademico 1872, fosse stata concepita da Francesco De Sanctis come una lunga e antiretorica analisi sulla funzione della scienza, nuovo e celebrato totem degli anni a lui contemporanei, profondamente positivisti. «Non voglio fare l’elogio della scienza» esordiva De Sanctis, constatando come ormai essa fosse divenuta una categoria ideologica ed estetica universale, tanto condivisa e solida quanto insidiosa per la libertà del pensiero stesso. Così, polemicamente ne esplorava i limiti, attraverso una lunga disamina retrospettiva, che partiva dalle origini del vivere consociato. Approdava a risultati eversivi, sferzanti, dialetticamente oppositivi rispetto alla diffusa «prosunzione» della superiorità di una scienza sociale applicata ad ogni ambito eppure spesso superficiale e slegata dalle ragioni stesse della vita. Ad essa De Sanctis contrapponeva un modello epistemologico diverso, calato nell’esistenza e nelle sue urgenze e pronto ad incidere su di esse. La programmaticità di una simile impostazione veniva pienamente colta nel 1924 da Benedetto Croce, che osservava che la scienza vera, «serio pensiero e non finzione di pensiero», non era scissa dalla vita e dall’arte: insieme ad esse rispondeva ad un bisogno morale, etico, e dunque estetico. Questa lettura sarà imprescindibile anche successivamente, per chi – come Gillo Dorfles – avrebbe tentato risposte ulteriori imbastendo sulle arti un discorso tecnico

«Più dai al pensiero più togli all’azione». Intorno a "La scienza e la vita" di Francesco De Sanctis

Apollonia Striano
Conceptualization
2021-01-01

Abstract

È emblematico che La scienza e la vita, prolusione letta nell’Università di Napoli ad apertura dell’anno accademico 1872, fosse stata concepita da Francesco De Sanctis come una lunga e antiretorica analisi sulla funzione della scienza, nuovo e celebrato totem degli anni a lui contemporanei, profondamente positivisti. «Non voglio fare l’elogio della scienza» esordiva De Sanctis, constatando come ormai essa fosse divenuta una categoria ideologica ed estetica universale, tanto condivisa e solida quanto insidiosa per la libertà del pensiero stesso. Così, polemicamente ne esplorava i limiti, attraverso una lunga disamina retrospettiva, che partiva dalle origini del vivere consociato. Approdava a risultati eversivi, sferzanti, dialetticamente oppositivi rispetto alla diffusa «prosunzione» della superiorità di una scienza sociale applicata ad ogni ambito eppure spesso superficiale e slegata dalle ragioni stesse della vita. Ad essa De Sanctis contrapponeva un modello epistemologico diverso, calato nell’esistenza e nelle sue urgenze e pronto ad incidere su di esse. La programmaticità di una simile impostazione veniva pienamente colta nel 1924 da Benedetto Croce, che osservava che la scienza vera, «serio pensiero e non finzione di pensiero», non era scissa dalla vita e dall’arte: insieme ad esse rispondeva ad un bisogno morale, etico, e dunque estetico. Questa lettura sarà imprescindibile anche successivamente, per chi – come Gillo Dorfles – avrebbe tentato risposte ulteriori imbastendo sulle arti un discorso tecnico
2021
9788890790577
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