Il saggio mette in evidenza come i percorsi fenomenologici e ontologici tracciati dal pensiero di Hannah Arendt e quello di Maurice Merleau-Ponty si incontrino in più punti. Partendo da una critica serrata dell’“errore metafisico” della filosofia tradizionale, ovvero della distinzione tra essere e apparire, Hannah Arendt arriva a sostenere un fenomenismo non solo radicale, ma “spettacolare”, nel senso che il mondo non è se non in una molteplice e plurale produzione di apparenze. Dove l’apparire viene a coincidere con l’esporsi di un singolo all’interno di una collettività (la scena del mondo), in vista di un’opinione da comunicare o un gesto da compiere. Lungo questa direttrice l’incontro con Merleau-Ponty avviene a diversi livelli. In particolare, la questione di un carattere ‘spettacolare’ del mondo risulta, nella teoria politica arendtiana, intimamente legata alla tesi di un fondamento estetico e allo stesso tempo ontologico dell’esperienza. Il che si raccorda alla teoria merleau-pontyana della visione come “pensiero condizionato” dal mondo e che giunge all’apparire come “istituito” all’interno di un corpo proprio (L’occhio e lo spirito). Arendt, da parte sua, considera il pensiero non solo, fenomenologicamente, invisibile (“non manifesto nemmeno quando si attualizza”, La vita della mente), ma anche ontologicamente apparente come doxa, opinione che rende visibili “porzioni di mondo” che sono al tempo stesso posizioni da prendere nei confronti del mondo e dimensioni da esibire e da difendere. Un conseguimento essenziale in vista di una “pubblicità” politica per la quale anche Merleau-Ponty ebbe un interesse costante.

Il mondo e la sua ombra: estetica e ontologia in Hannah Arendt e Merleau-Ponty

TAVANI, ELENA
2013

Abstract

Il saggio mette in evidenza come i percorsi fenomenologici e ontologici tracciati dal pensiero di Hannah Arendt e quello di Maurice Merleau-Ponty si incontrino in più punti. Partendo da una critica serrata dell’“errore metafisico” della filosofia tradizionale, ovvero della distinzione tra essere e apparire, Hannah Arendt arriva a sostenere un fenomenismo non solo radicale, ma “spettacolare”, nel senso che il mondo non è se non in una molteplice e plurale produzione di apparenze. Dove l’apparire viene a coincidere con l’esporsi di un singolo all’interno di una collettività (la scena del mondo), in vista di un’opinione da comunicare o un gesto da compiere. Lungo questa direttrice l’incontro con Merleau-Ponty avviene a diversi livelli. In particolare, la questione di un carattere ‘spettacolare’ del mondo risulta, nella teoria politica arendtiana, intimamente legata alla tesi di un fondamento estetico e allo stesso tempo ontologico dell’esperienza. Il che si raccorda alla teoria merleau-pontyana della visione come “pensiero condizionato” dal mondo e che giunge all’apparire come “istituito” all’interno di un corpo proprio (L’occhio e lo spirito). Arendt, da parte sua, considera il pensiero non solo, fenomenologicamente, invisibile (“non manifesto nemmeno quando si attualizza”, La vita della mente), ma anche ontologicamente apparente come doxa, opinione che rende visibili “porzioni di mondo” che sono al tempo stesso posizioni da prendere nei confronti del mondo e dimensioni da esibire e da difendere. Un conseguimento essenziale in vista di una “pubblicità” politica per la quale anche Merleau-Ponty ebbe un interesse costante.
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