La posizione di Heine nei confronti del paganesimo presenta molti punti di contatto con quella di Goethe, nel senso che anch’essa è strettamente connessa a una concezione del rapporto tra natura e storia, che risente di due momenti speculativi fondamentali per tutta la Goethezeit: il panteismo spinoziano e la dialettica hegeliana. Anche in Heine, dunque, c’è la nostalgia per la cultura pagana, improntata a un’armonia e a una sensualità sconfitte dal processo di modernizzazione, sostenuto dallo spiritualismo cristiano. In più luoghi Heine descrive l’esilio degli dèi greci, le cui statue di marmo bianco vengono spruzzate dal sangue di Cristo o decapitate dai barbari, mentre i loro sereni banchetti vengono interrotti dall’arrivo di un Cristo sanguinante. Ma questa nostalgia non si esaurisce nel rimpianto. Negli scritti degli anni ’30 la critica al Cristianesimo ha una matrice politica: il rapporto Uno-Tutto non si pone più nei termini goethiani del rapporto tra l’individuo e una natura astorica, bensì tra l’individuo e la collettività politica (stato, società borghese, massa rivoluzionaria). Liberato dall’ideologia del sacrificio e della trascendenza, l’uomo reclamerà in terra i suoi diritti e i suoi piaceri, per fondare «una democrazia di dèi con pari poteri, pari sacralità, pari beatitudine». D’altra parte, al conflitto tra sensualità pagana e spiritualismo cristiano Heine riconosce una funzione dialettica nei confronti della storia: progresso e conquista della libertà sono da sempre legati al prevalere di un’istanza spiritualistica (diffondersi del Cristianesimo, Riforma luterana, nascita di una coscienza politica rivoluzionaria), anche se inerente a tutti questi momenti è la perdita di bellezza, di individualità, di sensualità, di prossimità alla natura. Una svolta si ha con il 1848, quando entrambe queste opzioni si rivelano per Heine impraticabili: sia la nostalgia verso un sensualismo pagano ricco di potenzialità politiche, sia la fede nella storia come processo dialettico, che era fortemente ispirata da Hegel. Ora nella storia Heine vede sempre più una serie insensata di momenti che si ripetono senza alcuna tensione teleologica. Soprattutto, comprende che l’ateismo della sinistra hegeliana, e in particolare la lettura panteistica di Hegel che in quegli anni essa proponeva, comportano la fine dell’individuo, ridotto a funzione di una collettività. Così, negli ultimi anni Heine torna alla fede nel Dio della Rivelazione, personale e trascendente, e nell’individuo come soggetto irripetibile. Con il rifiuto del panteismo scompaiono definitivamente anche gli dèi; anzi ammutoliscono, come la Venere di Milo del Louvre, che non ha più nulla da dire, oppure come il dio Apollo, che in Der Apollogott viene degradato nella parodia che lo trasforma nella figura di un ebreo truffaldino, travestito da dio della bellezza.

Dal dio-natura al Dio individuo: la fine del paganesimo in Heine

CORRADO, Sergio
2009

Abstract

La posizione di Heine nei confronti del paganesimo presenta molti punti di contatto con quella di Goethe, nel senso che anch’essa è strettamente connessa a una concezione del rapporto tra natura e storia, che risente di due momenti speculativi fondamentali per tutta la Goethezeit: il panteismo spinoziano e la dialettica hegeliana. Anche in Heine, dunque, c’è la nostalgia per la cultura pagana, improntata a un’armonia e a una sensualità sconfitte dal processo di modernizzazione, sostenuto dallo spiritualismo cristiano. In più luoghi Heine descrive l’esilio degli dèi greci, le cui statue di marmo bianco vengono spruzzate dal sangue di Cristo o decapitate dai barbari, mentre i loro sereni banchetti vengono interrotti dall’arrivo di un Cristo sanguinante. Ma questa nostalgia non si esaurisce nel rimpianto. Negli scritti degli anni ’30 la critica al Cristianesimo ha una matrice politica: il rapporto Uno-Tutto non si pone più nei termini goethiani del rapporto tra l’individuo e una natura astorica, bensì tra l’individuo e la collettività politica (stato, società borghese, massa rivoluzionaria). Liberato dall’ideologia del sacrificio e della trascendenza, l’uomo reclamerà in terra i suoi diritti e i suoi piaceri, per fondare «una democrazia di dèi con pari poteri, pari sacralità, pari beatitudine». D’altra parte, al conflitto tra sensualità pagana e spiritualismo cristiano Heine riconosce una funzione dialettica nei confronti della storia: progresso e conquista della libertà sono da sempre legati al prevalere di un’istanza spiritualistica (diffondersi del Cristianesimo, Riforma luterana, nascita di una coscienza politica rivoluzionaria), anche se inerente a tutti questi momenti è la perdita di bellezza, di individualità, di sensualità, di prossimità alla natura. Una svolta si ha con il 1848, quando entrambe queste opzioni si rivelano per Heine impraticabili: sia la nostalgia verso un sensualismo pagano ricco di potenzialità politiche, sia la fede nella storia come processo dialettico, che era fortemente ispirata da Hegel. Ora nella storia Heine vede sempre più una serie insensata di momenti che si ripetono senza alcuna tensione teleologica. Soprattutto, comprende che l’ateismo della sinistra hegeliana, e in particolare la lettura panteistica di Hegel che in quegli anni essa proponeva, comportano la fine dell’individuo, ridotto a funzione di una collettività. Così, negli ultimi anni Heine torna alla fede nel Dio della Rivelazione, personale e trascendente, e nell’individuo come soggetto irripetibile. Con il rifiuto del panteismo scompaiono definitivamente anche gli dèi; anzi ammutoliscono, come la Venere di Milo del Louvre, che non ha più nulla da dire, oppure come il dio Apollo, che in Der Apollogott viene degradato nella parodia che lo trasforma nella figura di un ebreo truffaldino, travestito da dio della bellezza.
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