Eletto a vessillo della Britishness, Shakespeare, in India, era andato progressivamente occupando una posizione centrale nel complesso dispositivo culturale messo a punto dalla ‘missione civilizzatrice’ britannica. Il suo status coloniale, legato alla lingua e alle strutture di potere tramite cui veniva fatto circolare, risultava di fatto occultato dietro la sua apparentemente neutra identificazione con la dimensione umana tout court. La critica indiana di matrice post-coloniale ha voluto smascherare questo processo di occultamento ricollocando Shakespeare in un contesto storicamente, culturalmente e ideologicamente connotato. A partire dalla problematizzazione teorica del lascito shakespeariano in India, l’intervento punta a mostrare però, come e quanto più radicalmente della critica stessa, la pratica performativa sia stata in grado di appropriarsi l’icona britannica per eccellenza trasformandola in un patrimonio culturale pienamente e utilmente indiano. In tale ottica si esaminano due differenti esempi tratti dall’ambito cinematografico. Il primo risente dell’atmosfera post-imperiale dei primi decenni dopo il raggiungimento dell’Indipendenza mentre il secondo costituisce un recente e molto più disinibito adattamento da parte dell’industria cinematografica Hindi. Nel primo caso si tratta del film del duo Ismail Merchant (produttore) e James Ivory (regista) Shakespeare Wallah del 1965 che, sceneggiato da Ruth Prawer Jhabvala, racconta delle esperienze nel subcontinente della compagnia itinerante Shakespeariana sotto la guida del capo-comico Geoffrey Kendal. Il sottotesto ironico e indulgentemente nostalgico del film sottolinea e accompagna il progressivo sbiadimento del modello egemonico del Raj britannico, simbolicamente rappresentato dal decoro e dal lustro di una testualità shakespeariana interpretata secondo canoni filologici. Il secondo esempio è invece il lungometraggio di Vishal Bardwaj: Omkara, del 2006, che propone una rilettura dell’Othello ambientata nelle zone interne dello stato, particolarmente povero e arretrato, dell’Uttar Pradesh, ricreando il play shakespeariano in versione rural-western. Temi principali del film sono quelli della malavita organizzata e della corruzione ma l’enfasi è posta su questioni di casta e di genere che trasformano l’originale shakespeariano in un documento di critica delle forme d’iniquità sociali e sessuali ancora fortemente diffuse nel Subcontinente.

“Indian Othellos: from post-imperial melancholy to Bollywood rural western”

CIOCCA, Rossella
2013

Abstract

Eletto a vessillo della Britishness, Shakespeare, in India, era andato progressivamente occupando una posizione centrale nel complesso dispositivo culturale messo a punto dalla ‘missione civilizzatrice’ britannica. Il suo status coloniale, legato alla lingua e alle strutture di potere tramite cui veniva fatto circolare, risultava di fatto occultato dietro la sua apparentemente neutra identificazione con la dimensione umana tout court. La critica indiana di matrice post-coloniale ha voluto smascherare questo processo di occultamento ricollocando Shakespeare in un contesto storicamente, culturalmente e ideologicamente connotato. A partire dalla problematizzazione teorica del lascito shakespeariano in India, l’intervento punta a mostrare però, come e quanto più radicalmente della critica stessa, la pratica performativa sia stata in grado di appropriarsi l’icona britannica per eccellenza trasformandola in un patrimonio culturale pienamente e utilmente indiano. In tale ottica si esaminano due differenti esempi tratti dall’ambito cinematografico. Il primo risente dell’atmosfera post-imperiale dei primi decenni dopo il raggiungimento dell’Indipendenza mentre il secondo costituisce un recente e molto più disinibito adattamento da parte dell’industria cinematografica Hindi. Nel primo caso si tratta del film del duo Ismail Merchant (produttore) e James Ivory (regista) Shakespeare Wallah del 1965 che, sceneggiato da Ruth Prawer Jhabvala, racconta delle esperienze nel subcontinente della compagnia itinerante Shakespeariana sotto la guida del capo-comico Geoffrey Kendal. Il sottotesto ironico e indulgentemente nostalgico del film sottolinea e accompagna il progressivo sbiadimento del modello egemonico del Raj britannico, simbolicamente rappresentato dal decoro e dal lustro di una testualità shakespeariana interpretata secondo canoni filologici. Il secondo esempio è invece il lungometraggio di Vishal Bardwaj: Omkara, del 2006, che propone una rilettura dell’Othello ambientata nelle zone interne dello stato, particolarmente povero e arretrato, dell’Uttar Pradesh, ricreando il play shakespeariano in versione rural-western. Temi principali del film sono quelli della malavita organizzata e della corruzione ma l’enfasi è posta su questioni di casta e di genere che trasformano l’originale shakespeariano in un documento di critica delle forme d’iniquità sociali e sessuali ancora fortemente diffuse nel Subcontinente.
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