Questo libro vuole raccontare i rapporti esistenti nell'islam tra religione, etica ed economia. La riflessione sull'economia occupa un posto considerevole in tutte le grandi religioni, ma quanto i risultati di questa riflessione riescono ad influenzare l'organizzazione o la crescita economica, in altre parole: c'è posto per la morale in economia? Questa la domanda da cui si parte per dipanare un discorso sull'economia islamica che prescinde dalle realtà statuali, regionali e locali, per privilegiare tematiche valide per ogni musulmano ovunque egli viva. Si tratta, inoltre, di tematiche che si prestano ad un'analisi diacronica: i divieti coranici di usura e alea sono alla base l'uno della nascita della banca islamica, l'altro del dibattito sulla liceità delle assicurazioni nel mondo islamico, che ha portato anch'esso – seppure in modo minore – alla nascita di sistemi operativi alternativi. L'elemosina rituale (zakàt), pilastro di fede dell'islam insieme alla preghiera, al digiuno e al pellegrinaggio, è stata di recente rivalutata come elemento portante di un "welfare state" islamico. D'altro canto la sua raccolta su base volontaristica ha portato al fiorire di organizzazioni caritatevoli, che si occupano di assistenza sociale e sanitaria, dispensano borse di studio a studenti meritevoli e finanziano centri islamici di istruzione e propaganda. Nella I parte del libro si traccerà la genesi del pensiero economico islamico. Il Corano e la tradizione profetica contengono determinati principi in materia economica. Essi vietano ogni tipo di guadagno smodato, l’usura, raccomandano di consacrare parte del gettito fiscale raccolto al soccorso degli indigenti, al riscatto dei prigionieri e ad altri fini caritatevoli. L’ideale di giustizia sociale proposto non contempla affatto l’eliminazione delle differenze sociali, percepite come naturali e volute da Dio. Si tratta di reciproci aiuti all’interno della comunità a cui ciascuno contribuisce in proporzione al proprio reddito. Nei testi dell’islam classico il massimo esempio di giustizia sociale aveva le caratteristiche di uno stato diretto dai principi rivelati da Dio, in cui i più fortunati donavano parte dei propri beni a beneficio dei più poveri. Da qui il dibattito nelle fonti medievali sulla valenza etica e religiosa della povertà e dell'ascesi, del lavoro e del guadagno. I principi etici ricavabili dal Corano e dalla tradizione profetica non hanno una specificità “islamica” ma rispondono a una scala di valori comune a molte religioni, tuttavia è partendo da tali principi che l’economia islamica, dal dopoguerra agli anni ’70, ha proposto l’islam come modello alternativo al marxismo e al capitalismo. Nella II parte del libro si studieranno alcuni aspetti dell'odierno pensiero economico islamico. L’economia islamica tende a porsi come una scienza autonoma, con una forma e una metodologia adeguate agli standard di analisi e sintesi di una scienza moderna. L’islam viene proposto come un sistema che racchiude principi economici in grado di influenzare la condotta degli individui e degli stati. Di fronte alle tesi liberiste per cui la società è composta da individui sovrani tesi alla ricerca del proprio interesse, in concorrenza reciproca, e al filone ideologico del collettivismo, alimentato dalle teorie marxiste, che auspica la realizzazione di un sistema socio-economico in cui i mezzi di produzione sono gestiti da forme di proprietà collettiva (cooperativa o statale), l’islam propone una via alternativa che racchiude elementi di entrambi i sistemi, basata sull’elemento etico intrinseco nella religione islamica. Al centro della concezione islamica è posto l’individuo, in quanto singolo e membro della società: lo stato nel delineare i propri obiettivi e il modo di realizzarli, deve tener conto del fattore morale e psicologico, in quanto esso ha un grande impatto sulla vita sociale, sui suoi problemi e sulle relative soluzioni.

Economia, religione e morale nell'Islam

FRANCESCA, Ersilia
2013-01-01

Abstract

Questo libro vuole raccontare i rapporti esistenti nell'islam tra religione, etica ed economia. La riflessione sull'economia occupa un posto considerevole in tutte le grandi religioni, ma quanto i risultati di questa riflessione riescono ad influenzare l'organizzazione o la crescita economica, in altre parole: c'è posto per la morale in economia? Questa la domanda da cui si parte per dipanare un discorso sull'economia islamica che prescinde dalle realtà statuali, regionali e locali, per privilegiare tematiche valide per ogni musulmano ovunque egli viva. Si tratta, inoltre, di tematiche che si prestano ad un'analisi diacronica: i divieti coranici di usura e alea sono alla base l'uno della nascita della banca islamica, l'altro del dibattito sulla liceità delle assicurazioni nel mondo islamico, che ha portato anch'esso – seppure in modo minore – alla nascita di sistemi operativi alternativi. L'elemosina rituale (zakàt), pilastro di fede dell'islam insieme alla preghiera, al digiuno e al pellegrinaggio, è stata di recente rivalutata come elemento portante di un "welfare state" islamico. D'altro canto la sua raccolta su base volontaristica ha portato al fiorire di organizzazioni caritatevoli, che si occupano di assistenza sociale e sanitaria, dispensano borse di studio a studenti meritevoli e finanziano centri islamici di istruzione e propaganda. Nella I parte del libro si traccerà la genesi del pensiero economico islamico. Il Corano e la tradizione profetica contengono determinati principi in materia economica. Essi vietano ogni tipo di guadagno smodato, l’usura, raccomandano di consacrare parte del gettito fiscale raccolto al soccorso degli indigenti, al riscatto dei prigionieri e ad altri fini caritatevoli. L’ideale di giustizia sociale proposto non contempla affatto l’eliminazione delle differenze sociali, percepite come naturali e volute da Dio. Si tratta di reciproci aiuti all’interno della comunità a cui ciascuno contribuisce in proporzione al proprio reddito. Nei testi dell’islam classico il massimo esempio di giustizia sociale aveva le caratteristiche di uno stato diretto dai principi rivelati da Dio, in cui i più fortunati donavano parte dei propri beni a beneficio dei più poveri. Da qui il dibattito nelle fonti medievali sulla valenza etica e religiosa della povertà e dell'ascesi, del lavoro e del guadagno. I principi etici ricavabili dal Corano e dalla tradizione profetica non hanno una specificità “islamica” ma rispondono a una scala di valori comune a molte religioni, tuttavia è partendo da tali principi che l’economia islamica, dal dopoguerra agli anni ’70, ha proposto l’islam come modello alternativo al marxismo e al capitalismo. Nella II parte del libro si studieranno alcuni aspetti dell'odierno pensiero economico islamico. L’economia islamica tende a porsi come una scienza autonoma, con una forma e una metodologia adeguate agli standard di analisi e sintesi di una scienza moderna. L’islam viene proposto come un sistema che racchiude principi economici in grado di influenzare la condotta degli individui e degli stati. Di fronte alle tesi liberiste per cui la società è composta da individui sovrani tesi alla ricerca del proprio interesse, in concorrenza reciproca, e al filone ideologico del collettivismo, alimentato dalle teorie marxiste, che auspica la realizzazione di un sistema socio-economico in cui i mezzi di produzione sono gestiti da forme di proprietà collettiva (cooperativa o statale), l’islam propone una via alternativa che racchiude elementi di entrambi i sistemi, basata sull’elemento etico intrinseco nella religione islamica. Al centro della concezione islamica è posto l’individuo, in quanto singolo e membro della società: lo stato nel delineare i propri obiettivi e il modo di realizzarli, deve tener conto del fattore morale e psicologico, in quanto esso ha un grande impatto sulla vita sociale, sui suoi problemi e sulle relative soluzioni.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11574/39081
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