L’estraneità dell’ interpretazione heideggeriana dell’”esserci” in relazione alla “temporalità”, l’estraneità dell’ “essere per la morte” al kantismo , è un segno , un elemento differenziale dell’interpretazione bachmanniana di Heidegger, l’estraneità di una teoria del finito, della finitezza, all’idealismo. Non è nell’impossibilità di una non mai perseguita razionalizzazione della vita la ragione dell’appello alla poesia, appello del resto che è presente nello stesso Heidegger, ma l’appello si motiva proprio alla luce di una concezione non razionalistica o obiettivistica del linguaggio, alla luce del superamento del linguaggio come espressione e attività. L’insistenza sull’esperienza della nientificazione mitica e poetica come forma dell’esperire del nulla, l’ esperire il “nulla che nullifica”, tradisce una concezione obiettivizzante della deiezione, una concezione che limita l’essere-gettato e lo identifica con il carattere deiettivo e privativo dell’esserci mitico. Due gli scritti bachmanniani su Wittgenstein: mentre il primo scritto - pur nelle sue concessioni al leggendario e al mitologico, è un testo di “approccio” al Tractatus, di contestualizzazione del Tractatus e soprattutto un testo sull’”autore” Wittgenstein, il dialogo filosofico tra parlanti, critico e voce citante, è un testo compiuto, un’interpretazione del Tractatus, dei suoi temi-guida e del suo monotema di fondo, il linguaggio; è un testo sull’ “opera”. Possiamo definire l’interpretazione della Bachmann un’interpretazione citazionale: l’interpretazione viene condotta secondo un principio ermeneutico di traducibilità dal luogo filosofico al luogo critico, di letteralità o interlinearità del testo critico. Mentre il primo scritto è un testo sull’ “autore”, Wittgenstein, il dialogo è un testo sull’ “opera”, il Tractatus.

BACHMANN, WITTGENSTEIN, HEIDEGGER

RAIO, Giulio
2004

Abstract

L’estraneità dell’ interpretazione heideggeriana dell’”esserci” in relazione alla “temporalità”, l’estraneità dell’ “essere per la morte” al kantismo , è un segno , un elemento differenziale dell’interpretazione bachmanniana di Heidegger, l’estraneità di una teoria del finito, della finitezza, all’idealismo. Non è nell’impossibilità di una non mai perseguita razionalizzazione della vita la ragione dell’appello alla poesia, appello del resto che è presente nello stesso Heidegger, ma l’appello si motiva proprio alla luce di una concezione non razionalistica o obiettivistica del linguaggio, alla luce del superamento del linguaggio come espressione e attività. L’insistenza sull’esperienza della nientificazione mitica e poetica come forma dell’esperire del nulla, l’ esperire il “nulla che nullifica”, tradisce una concezione obiettivizzante della deiezione, una concezione che limita l’essere-gettato e lo identifica con il carattere deiettivo e privativo dell’esserci mitico. Due gli scritti bachmanniani su Wittgenstein: mentre il primo scritto - pur nelle sue concessioni al leggendario e al mitologico, è un testo di “approccio” al Tractatus, di contestualizzazione del Tractatus e soprattutto un testo sull’”autore” Wittgenstein, il dialogo filosofico tra parlanti, critico e voce citante, è un testo compiuto, un’interpretazione del Tractatus, dei suoi temi-guida e del suo monotema di fondo, il linguaggio; è un testo sull’ “opera”. Possiamo definire l’interpretazione della Bachmann un’interpretazione citazionale: l’interpretazione viene condotta secondo un principio ermeneutico di traducibilità dal luogo filosofico al luogo critico, di letteralità o interlinearità del testo critico. Mentre il primo scritto è un testo sull’ “autore”, Wittgenstein, il dialogo è un testo sull’ “opera”, il Tractatus.
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